In Femminino on
19 novembre 2013

La Dea Madre – Induismo ed Islamismo

Questo è un periodo di rinascita, come molte mie sorelle sto ricevendo la benedizione del grembo da Miranda Gray, tutto è sentito diversamente,la parte più intima di noi è percepita più liberamente, stiamo cercando tutte di sentirci più legate a quella parte di noi che il più delle volte teniamo nascoste.
Come molte, l’ispirazione è arrivata anche a me e questo è il momento di ricerca interiore dove mi ascolto, il silenzio, il fluire del mio sangue, tutto mi porta a comprendere che anch’io voglio lasciare il mio dono, dopo le mie ricerche sul femminino nell’induismo e nella religione musulmana.
Il mio è un percorso che mi spinge alla ricerca della Dea Madre, ma è semplicemente la consapevolezza di chi sono io, di chi siamo noi, sorelle, dee, ognuna di noi.
Nell’India del Sud e nel Bengala, Tara o Tarini è un aspetto importante della Dea Madre.
Tara è la salvatrice, la compassionevole che ode le grida di disperazione degli esseri nel samsara, e risponde a chi chiede aiuto è venerata poiché le si attribuisce la facoltà di liberare i fedeli dal timore di otto pericoli: leoni, elefanti, incendi, serpenti, banditi, prigioni, naufragi e demoni.
Le è collegato l’elemento acqua.
Con l’acqua dà la vita e la morte.
Il nome Tara significa in sanscrito Stella. La radice sanscrita tr significa fare, attraversare, quindi Tara è colei che fa attraversare, colei che fa giungere all’altra riva, ovvero la riva posta al di là dell’oceano delle esistenze.
Il termine Madre, infatti, deriva dal sanscrito màtr, dalla radice sanscrita mà, “misurare”, e dai vocaboli derivanti quali màmi (“misuro, distribuisco, dispongo, produco) e màtra, “materia”. Parole, queste, che indicano chiaramente un significato di “potere” che, invece, non è sottinteso nel termine Padre – in sanscrito pità – il quale, attraverso i vocaboli sanscriti pà, patis e pà-yù, esprime i concetti di protettore, signore, custode.
Riprendendo in esame il termine Madre, esso – come la parola mare – inizia con la lettera M in tutte le lingue indoeuropee; in particolare, nell’alfabeto fenicio la M aveva la forma di una linea ondulata terminante con un tratto più lungo a raffigurare l’onda dell’acqua: “acqua” che era chiamata mem, così come mem si pronunciava la lettera M. In Arabo l’acqua è detta Ma’ e madre Umm (doppia emme).
Il potere delle dee-Madri, ed in particolare di Tara, espressione di Kali, si manifesta nella tradizione spirituale Araba e Islamica nella figura di Fatimah, la Madre del Mondo. L’epiteto favorito di Fatimah, fu Umm Abiha, letteralmente la Madre di suo Padre, significa genericamente che Fatimah trattò Muhammad come se fosse sua Madre.
Quando “il padre della tua comunità affonderà senza una barca” è l’Umm Abiha, è l’eterno abbraccio di Shiva e di Shakti, il principio maschile e femminile. Riassumendo, dunque, la parola Madre esprime le insite peculiarità di misuratrice, dispensatrice, ordinatrice, materia, acqua.”

La Yoni – Al-Farj

Pare che il triangolo invertito, rappresentazione della vulva della Dea, sia stato venerato fin dalla preistoria.
Vi sono prove che fosse usato durante il Paleolitico, come pendente, simbolo di fertilità o amuleto per allontanare il pericolo.
Era accentuato sulle statuette delle Veneri e stilizzato in diverse forme d’arte e nei caratteri cuneiformi, una delle prime forme di scrittura.
Il triangolo genitale della Dea, simboleggiato da un fiore di loto, è la via di entrata e di uscita dall’utero-mondo.
Nell’India del settimo secolo dopo Cristo, i testi mistici chiamati Tantra iniziarono a divulgare la nozione di Shakti, l’energia Femminile primigenia, il potere primordiale senza il quale gli Dei (in particolare Shiva) non potrebbero operare.
Secondo un Tantra, “le donne sono il divino; le donne sono il soffio (in arabo Nafs) vitale”

Bibliografia

1. Shahrukh Husain, La Dea, Creazione, fertilità e abbondanza, la sovranità della donna, miti e archetipi, EDT, Torino, 1999.

2. Joseph Campbell e Charles Musès, I nomi della Dea: il femminile nella divinità, Roma, Ubaldini, 1992

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